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ⓘ Albert Schweitzer



Albert Schweitzer
                                     

ⓘ Albert Schweitzer

Albert Schweitzer è stato un medico e filantropo, musicista e musicologo, teologo, filosofo, biblista, pastore e missionario luterano franco-tedesco nato in Alsazia.

                                     

1.1. Biografia La giovinezza

Albert Schweitzer nacque a Kaysersberg, in quella zona dellAlsazia meridionale appartenente al dipartimento dellAlto Reno territorio francese prima del 1871 e dopo il 1919, il 14 gennaio 1875. Suo padre, Ludwig Schweitzer, era un pastore luterano a Gunsbach, un piccolo villaggio alsaziano in cui crebbe il giovane Albert. Sua cugina era Anne-Marie Schweitzer, futura madre di Jean-Paul Sartre. Particolarità della chiesa ove predicava il padre era che si trattava del luogo di culto comune a due paesi – Gunsbach e Griesbach-au-Val – e a due confessioni religiose, cattolica e protestante. Ancora oggi le celebrazioni si suddividono fra riti in francese, riti in tedesco e riti bilingui. A questo proposito Schweitzer scrive nel suo Aus meiner Kindheit und Jugendzeit Dalla mia infanzia e adolescenza:

"Da questa chiesa aperta ai due culti ho ricavato un alto insegnamento per la vita: la conciliazione Soffro di essere famoso e cerco di evitare tutto ciò che attira su di me lattenzione."
                                     

1.2. Biografia La battaglia contro le armi nucleari

I disagi e i pericoli mostrati dalla guerra gli fecero maturare lobiettivo di richiamare lattenzione sui rischi costituiti dagli esperimenti atomici e dalle radiazioni nucleari. Legato da profonda amicizia con Albert Einstein, Otto Hahn e con unélite di ricercatori e grazie a una documentazione costantemente aggiornata, Schweitzer disponeva di unapprofondita conoscenza del fenomeno. Egli denunciò lincombente minaccia rappresentata dagli esperimenti atomici attraverso "tre richiami" trasmessi da Radio Oslo e ripresi da altre stazioni di tutto il mondo il 28, 29 e 30 aprile del 1958.

Il primo richiamo dimostra come lumanità sia in estremo pericolo, non tanto per uneventuale guerra atomica, ma già per i semplici esperimenti nucleari che contaminano latmosfera. Continuarli equivale a perpetuare un "crimine contro la nostra stessa specie, contro i nostri figli, che a causa della contaminazione da radioattività, rischiano di nascere sempre più tarati nel fisico e nellintelletto."

Il secondo richiamo si riferisce al rischio di una Terza guerra mondiale, che inevitabilmente sfocerebbe in una guerra atomica. "Si rende conto lumanità di questo pericolo? Deve prendere coscienza e impedirlo in nome di sé stessa." Discorso più che mai attuale e profetico, parla di missili, di corsa agli armamenti delle grandi potenze e dei rischi di guerra sfiorati in quegli anni e costantemente in agguato. Schweitzer afferma: "Attualmente siamo costretti a considerare la minaccia di una guerra atomica tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Basterebbe una sola mossa per evitarla: le due potenze dovrebbero rinunciare contemporaneamente alle armi nucleari."

Il terzo richiamo è la conclusione naturale dei primi due, in cui si evidenzia la necessità di sospendere gli esperimenti atomici e rinunciare alle armi atomiche, spontaneamente, in nome dellumanità. Si tratta di scegliere tra la rinuncia alle armi nucleari, nellauspicio che le grandi potenze riescano a convivere in pace, o la folle corsa al riarmo, che può condurre alla più raccapricciante delle guerre e alla distruzione dellumanità.

                                     

1.3. Biografia Premio Nobel

Nel 1952 fu insignito del Premio Nobel per la Pace con il cui ricavato fece costruire il villaggio dei lebbrosi inaugurato lanno successivo con il nome di Village de la lumière villaggio della luce. Nei pochi momenti liberi che aveva, lavorando fino a tarda ora, si dedicava alla lettura e allo scrivere, ma anche questi avevano come scopo finale il mantenimento del suo ospedale a Lambaréné.

                                     

1.4. Biografia La morte

Schweitzer non volle più ritornare a vivere nella sua terra natale, preferendo morire nella foresta vergine vicino alla gente a cui aveva dedicato tutto se stesso. E il 4 settembre 1965 morì, ormai novantenne, poco dopo sua moglie, nel suo amato villaggio africano di Lambaréné, e lì fu sepolto. Migliaia di canoe attraversarono il fiume per portare lultimo saluto al loro benefattore, che sarà seppellito presso lansa del fiume. I giornali occidentali ne annunciarono la morte: "Schweitzer, uno dei più grandi figli della Terra, si è spento nella foresta."

Il posto di Schweitzer sarà preso dal successore da lui designato, Walter Munz, un medico svizzero che a soli ventinove anni, nel 1962, aveva abbandonato una vita tranquilla e agiata in Europa per dare una mano a Lambaréné.

Dagli indigeni con cui visse fu denominato "Oganga" Schweitzer, lo "Stregone Bianco Schweitzer"

                                     

2.1. Il pensiero filosofico Il rispetto per la vita

Tutta la vita e tutte le azioni di Albert Schweitzer sono fondate sulla sua filosofia e in particolare sul principio intorno al quale essa ruota: il rispetto per la vita. Fu durante il primo soggiorno in Africa 1913-1917 che egli individuò ed elaborò questo principio in quanto, nonostante avesse coltivato sin da giovane linteresse per la filosofia, fu solo durante la permanenza in Africa che Schweitzer si interessò del problema dello sviluppo della civiltà e della cultura, e del suo legame con il modo di pensare dei popoli le loro religioni.

Il suo primo intento era quello di scrivere un libro che fosse solo una critica alla civiltà moderna e alla sua decadenza spirituale causata dalla perdita di fiducia nei confronti del pensiero. Egli riteneva a tal proposito che una civiltà di tipo occidentale nasceva e prosperava quando a suo fondamento si trovava laffermazione etica del mondo e della vita, che, per andare di pari passo, dovevano essere fondate sul pensiero. Schweitzer riteneva che la decadenza del mondo moderno fosse data dal fatto che al progresso materiale non corrispondesse il progresso morale. Questultimo non si era realizzato perché fondato su credenze – quelle religiose del cristianesimo – e non su un pensiero profondo: il progresso morale non poneva le sue basi sulla meditazione rivolta allessenza delle cose. Passando in rassegna tutte le etiche del passato, egli riscontrò che erano tutte in qualche modo limitate, o perché troppo lontane e astratte dalla realtà o perché relativistiche, mentre per lui unetica, per essere tale, doveva essere assoluta: ciò che a tutte mancava era un fondamento vero e indiscutibile.

Trovò la soluzione del suo problema nel 1915 durante un viaggio intrapreso lungo il fiume Ogoouè, per andare a curare dei malati: "La sera del terzo giorno, al tramonto, proprio mentre passavamo in mezzo a un branco di ippopotami, mi balzò dimprovviso in mente, senza che me laspettassi, lespressione" rispetto per la vita”. Avevo rintracciato lidea in cui erano contenute insieme laffermazione della vita e letica." A. Schweitzer

Elaborò a partire da questo momento unetica che non si limitava al rapporto delluomo con i suoi simili, ma che si rivolgeva a ogni forma di vita; unetica completa perché totalmente integrata e armonizzata in un rapporto spirituale con lUniverso.

Queste idee non verranno pubblicate che nel 1923, inizialmente in due volumi successivamente riuniti sotto il titolo di Kultur und Ethik Cultura ed etica.



                                     

2.2. Il pensiero filosofico Il concetto di etica

Letica non può essere considerata una scienza, in quanto non ha a fondamento fenomeni che seguono leggi, ma il comportamento umano, il quale è caratterizzato in primo luogo dallimprevedibilità. Esso è infatti legato al pensiero e alla creatività dogni essere umano, nel quale non possiamo mai immedesimarci completamente. Afferma lo stesso Schweitzer in Cosa dovremmo fare?: "Tu credi di conoscere laltro, ma non lo conosci, perché non sai dove vacilli, o se scelga per lessere o per il non essere."

Poiché le persone possiedono concezioni divergenti del bene e del male, letica non può essere costruita su delle regole fisse e incontrovertibili. Ogni individuo, pensando autonomamente, giunge a conclusioni strettamente soggettive sulla rettitudine dei comportamenti morali degli esseri umani. Dunque non potrà mai esistere una scienza delletica finché gli uomini penseranno in modo indipendente e non si lasceranno modellare come delle macchine. La sua riflessione sulletica finisce col diventare una riflessione nelletica, nel senso che ogni singola persona deve riflettere sulle proprie azioni e costruirsi attraverso il proprio pensiero dei principi da seguire e da mettere in pratica nella condotta di vita.



                                     

2.3. Il pensiero filosofico Il pensiero elementare

Il pensiero è il punto di partenza per qualsiasi attività umana consapevole, sia che si tratti di etica, religione o semplicemente dellazione svolta allinterno della vita quotidiana. Schweitzer considera in tal proposito di primaria importanza il "pensiero elementare": "Elementare è il pensiero che muove dagli interrogativi fondamentali del rapporto delluomo con il mondo, del senso della vita e dellessenza del bene. Esso è direttamente legato al pensiero che si agita in ogni essere umano. Gli si rivolge, lo amplia, lo approfondisce." A. Schweitzer, La mia vita e il mio pensiero

Questo tipo di pensiero conduce lindividuo a riflettere sulla propria esistenza e a interrogarsi sul significato della vita. Schweitzer inoltre ritiene che sia caratteristica indispensabile del pensiero lessere strettamente connesso alla realtà: luomo deve ricordarsi della sua esistenza terrena, materiale, del suo essere allinterno di un mondo concreto in cui si incontrano gioie e dolori; egli deve disporre le proprie capacità riflessive verso la comprensione del proprio sé, intesa come atto di autocoscienza: "Il pensiero è colui che concilia la volontà e la conoscenza che si trovano in me Spinta da un bisogno interiore e per restare sincera e coerente con se stessa, la nostra voglia di vivere cerca di stabilire relazioni ispirate dal principio del rispetto della vita."

La nostra vita ha dunque un senso, che trova la sua fonte in essa stessa ogni volta che si fa sentire in noi la più grande idea che può generare la nostra voglia di vivere: il rispetto della vita. Esso si pone a fondamento delletica in quanto fa in modo che ciascuno di noi dia valore alla propria vita e a quella che lo circonda, sentendosi portato allazione e alla creazione di nuovi valori. "Spinto da una necessità interiore e senza cercare di comprendere se il mondo abbia un senso, agisco dunque sul mondo e nel mondo creando nuovi valori e praticando letica." A. Schweitzer

Luomo occidentale non è mai pervenuto a tali conclusioni perché si perdeva sempre sulle strade sbagliate della credenza con mete ottimistiche ed etiche del mondo, anziché riflettere semplicemente, senza ripensamenti né idee preconcette, alla relazione che lega luomo al mondo, spinto da una voglia di vivere profondamente pensata: "Nel silenzio della foresta vergine africana, sono stato portato a dare questidea tutto il suo approfondimento e la sua espressione. Ecco perché mi presento oggi con fiducia come un rinnovatore del pensiero razionale spoglio di preamboli a priori." Il rinnovamento della nostra concezione del mondo non può che provenire da una riflessione sincera che attesti come il razionale, andando fino in fondo alla proprie conclusioni, sfoci inevitabilmente nel razionale, divenendo il paradosso della nostra vita spirituale.

                                     

2.4. Il pensiero filosofico Il principio umanitario e la solidarietà verso ogni forma di vita

Secondo Schweitzer letica individuale e quella sociale si distinguono per il diverso valore che attribuiscono al principio umanitario. Letica individuale tende a salvaguardare il principio che un uomo non venga mai sacrificato a un fine, qualunque esso sia. Letica sociale non ne è capace. La società, in base a un ragionamento e a scopi che stanno al di sopra della singola persona, non può attribuire importanza alla felicità e allesistenza di un individuo.

Afferma Schweitzer in Allombra della foresta vergine: "Coloro che hanno conosciuto langoscia e il dolore fisico sono uniti nel mondo intero da un legame misterioso. Chi è stato liberato dalla sofferenza e dalla malattia deve camminare davanti allangoscia e alla sofferenza e contribuire come può alla salute altrui." Ma se letica che Schweitzer pone a fondamento di ogni azione umana promuove il rispetto verso qualsiasi forma di vita, come è possibile conciliare tutto ciò con la sopravvivenza, la quale spesso comporta la prevaricazione di taluni rispetto ad altri esseri viventi? Letica del rispetto della vita non offre in realtà regole come palliativi o compromessi, ma mette luomo di fronte alle proprie responsabilità: è lui che deve decidere in ogni singolo caso in che misura voglia conformarsi alletica e in che misura debba obbedire alla necessità, realtà che a volte diventa un caso di coscienza.

Ogni distruzione di vita deve passare prima attraverso il criterio della necessità. Questo è vero per gli animali e per la vegetazione, giacché anche in questo caso la distruzione sconsiderata di alberi e di piante può portare a drammatiche conseguenze. Quanto agli animali, che servono da cavia, il pretesto umanitario dellesperimento non può giustificare tutti i sacrifici le sofferenze che gli si impongono. Anche se la finalità dellesperimento è valida, a volte si infliggono agli animali crudeli torture provocate da svegli per semplificare il lavoro. Letica del rispetto della vita ordina di alleviare ogni sofferenza inutile: non è la sofferenza dellanimale che può dare servizio alluomo, ma losservazione della sua guarigione: "Ti sentirai solidale con ogni forma di vita e la rispetterai in ogni condizione: ecco il più grande comandamento nella sua formula più semplice."

                                     

2.5. Il pensiero filosofico Il mistero dellaltro e il perdono

Per quanto concerne i rapporti interpersonali Schweitzer era persuaso dellimpossibilità di conoscere fino in fondo un altro essere umano pur vivendoci assieme ogni giorno, nella consapevolezza e nel rispetto della sua vita interiore: "Camminiamo come nella semioscurità e nessuno riesce a distinguere bene i tratti dei compagni, ma qualche volta un avvenimento in comune, una parola scambiata, ce li illumina come un lampo e li vediamo come sono veramente. Poi, per un lungo periodo, riprendiamo la strada insieme, al buio, e tentiamo inutilmente di immaginarci i loro tratti."

Bisogna arrendersi di fronte alla pretesa di sapere ogni cosa dellaltro, che rimarrà sempre per noi un mistero: conoscersi non significa sapere tutto dellaltro ma deporre in lui la nostra fiducia e il nostro amore. Non esiste difatti solo un pudore fisico, cè anche un pudore spirituale del quale occorre tener conto. Nessuno può arrogarsi il diritto di conoscere fino in fondo i pensieri di un altro essere umano. In questo campo ha valore solo il donare, che è vita. Bisogna imparare a non accusare di mancanza di fiducia coloro che amiamo se non ci consentono di scrutare gli angoli più nascosti dei loro pensieri. Ma è importante anche donarsi allaltro, in un arricchimento reciproco: nessun uomo deve rimanere mai completamente estraneo allaltro in quanto "il posto delluomo è presso luomo."

È indispensabile superare le barriere rappresentate dalle regole e dalle convenzioni, quando ciò è dettato al contempo dai sentimenti e dalla riflessione. È sempre sulla base dei rapporti interpersonali che Schweitzer elabora unoriginale riflessione anche sul perdono. Letica corrente lo elogia come atto di totale abnegazione, mosso da sentimenti di pietà. In realtà, se concepito in questo modo, il perdono finisce con lumiliare chi lo riceve. Difatti, secondo letica del rispetto della vita, esso si configura come semplice atto di sincerità nei confronti di noi stessi, che non siamo meno colpevoli degli altri, e più abbiamo commesso errori nella nostra vita più dobbiamo essere in grado di perdonarli quando diventiamo noi loggetto o la vittima degli errori altrui. In questottica il perdono deve essere esercitato senza limiti, e va interpretato come un mezzo per sdebitarsi rispetto agli errori o delle negligenze commesse in passato.

                                     

2.6. Il pensiero filosofico Riflessioni sulle popolazioni indigene

"I popoli primitivi o semiprimitivi perdono lindipendenza nel momento in cui arriva la prima imbarcazione di un bianco con cipria o rhum, sale o stoffe. In quel momento comincia a rovesciarsi la situazione sociale, politica ed economica. I capi si mettono a vendere i loro sudditi come se fossero degli oggetti. Da quel momento lopera politica di uno stato coloniale devessere diretta a correggere i mali causati dal progresso economico senza limiti." A. Schweitzer, Razze

Da questa riflessione abbastanza esaustiva che Schweitzer fa nei suoi scritti si deduce quella che è la sua posizione in merito al colonialismo. Egli ritiene che i popoli primitivi perdano la propria indipendenza non in seguito alla dichiarazione di un protettorato o qualche altra forma di governo, ma lhanno già persa in seguito alla nuova struttura economica generata dalla loro partecipazione al commercio mondiale. I paesi colonizzanti dovrebbero rendersi conto che non è legittimo arrogarsi dei diritti su altri paesi, trattandone la gente e i territori come se fossero materiale greggio per le proprie industrie. Piuttosto dovrebbero sentirsi responsabili di promuovere lo sviluppo di questi paesi, dando loro la possibilità di sviluppare da soli una propria organizzazione politica. La cosa migliore per questi popoli primitivi sarebbe che, dopo essere stati esclusi dal mercato mondiale nei limiti del possibile, posti sotto unintelligente amministrazione, si elevassero gradatamente dallo stadio di nomadi a seminomadi a quello di agricoltori e artigiani con fissa dimora.

Schweitzer ritiene infatti che una componente fondamentale delleducazione di questi popoli sia indurre tra di essi la pratica dellartigianato: lindigeno rischia di saltare lo stadio che esiste tra la vita primitiva e quella professionale, tende, cioè, a eliminare gli stadi intermedi dellagricoltura e dellartigianato. Senza tali basi non è possibile creare unappropriata organizzazione sociale, in quanto lindigeno non sa fare ciò che è indispensabile alla sua stessa vita, come costruirsi unabitazione, coltivare i campi, ecc. Di conseguenza non sarà mai possibile creare un sistema economico solido e indipendente, il quale poggia su queste basi.

Nella sua opera di medico e di missionario, Schweitzer cercò di infondere e insegnare limportanza e la dignità del lavoro, inteso anche come sforzo fisico e materiale. Non è tuttavia facile intraprendere tale opera di educazione in quanto, da un lato tali popoli non si lascerebbero sfuggire facilmente lopportunità di guadagnare denaro vendendo prodotti al mercato mondiale, e questultimo, dal canto suo, non si asterrebbe dallacquisire da loro materie prime fornendo in cambio manufatti. Diviene dunque unimpresa molto ardua trasformare unopera di colonizzazione in una vera opera di civilizzazione.



                                     

2.7. Il pensiero filosofico Un appello allOccidente

"Vedere un simile paradiso e allo stesso tempo una miseria così spietata e senza speranza era opprimente. ma costituiva un simbolo della condizione africana."

Schweitzer rifletteva spesso sulle difficoltà, il dolore, la miseria, che affliggevano la popolazione africana, e in particolare rivelava una sostanziale incredulità nel cogliere il forte contrasto esistente tra la natura straordinaria nella sua bellezza e particolarità, e la sofferenza che la circondava. Schweitzer ha più volte definito i popoli occidentali sostanzialmente viziati, in quanto non riconoscono i vantaggi di cui godono, e rimanendo perennemente concentrati sulla propria condizione mostrano una sostanziale indifferenza nei confronti delle sofferenza altrui. Per ogni minimo malanno di fronte a loro si aprono le porte degli ospedali ed essi possono avere accesso a ogni tipo di cura e attenzione, e in tutto ciò del tutto non curanti di quelle milioni di persone soggette a orrendi mali alcuni dei quali importati proprio dalloccidente, causa e allo stesso tempo effetto di una grave e recondita misera:

"Ognuno dei miei lettori pensi a quale sarebbe stata la storia della sua famiglia negli ultimi dieci anni se avesse dovuto passarli senza assistenza medica e chirurgica di alcun genere. È tempo che ci risvegliamo dal torpore e affrontiamo le nostre responsabilità." Nonostante le sofferenze e la disperazione cui S. doveva fare i conti ogni giorno, egli amava svolgere la propria professione proprio in quei territori e in mezzo a quella gente, in quanto nella gioia e nella profonda gratitudine delle persone che egli aiutava a guarire scorgeva il senso e limportanza del proprio lavoro:

"Vale la pena di lavorare qui solo per vedere come gioiscono coloro che sono cosparsi di piaghe quando vengono avvolti da bende pulite e non devono più trascinare i loro poveri piedi insanguinati nel fango. Quanto sarei contento se tutti i miei finanziatori potessero vedere i giorni della medicazione delle piaghe, i pazienti appena bendati camminare o venire trasportati giù dalla collina! Quanto mi piacerebbe che avessero visto i gesti eloquenti con cui una vecchia donna ammalata di cuore descriveva come, grazie alle cure, potesse ancora respirare e dormire."

Schweitzer si rendeva conto di come anche solo un medico, provvisto di quei pochi mezzi messi a sua disposizione, potesse essere incredibilmente necessario in quei luoghi e quanto bene gli potesse fare alla gente del posto, un bene evidente e tangibile nei volti e nelle manifestazioni affettive degli stessi malati. Schweitzer riteneva che fosse un dovere da parte dellOccidente occuparsi delle popolazioni indigene. Riconosceva le responsabilità delloccidente nella miseria e nelle ingiustizie cui tali popolazioni erano soggette e per tanto considerava ogni cosa fatta per il loro bene non un atto di lodevole beneficenza, bensì un dovere, una riparazione a un torto commesso. Mostrava spesso il proprio disappunto quando gli venivano offerti aiuti in cambio di vantaggi economici e restava sempre più basito nellosservare legoismo e lutilitarismo della società occidentale:

"È inconcepibile che noi popoli civili usiamo solo a nostro vantaggio i numerosi metodi di lotta contro le malattie, il dolore e la morte che la scienza ci ha procurato. Se in noi esiste un pensiero etico, come possiamo rifiutarci di permettere che queste nuove scoperte vadano a beneficio di coloro i quali sono esposti a mali fisici peggiori dei nostri?"

Schweitzer ha definito membri della "fratellanza di coloro che portano limpronta del dolore" tutti coloro che hanno sperimentato che cosa siano il dolore fisico e lo strazio del corpo, uniti da un forte legame segreto. Chi è stato sottratto al dolore non può pensare di essere libero di nuovo, di poter vivere come prima completamente noncurante del passato. Ora egli è "un uomo a cui sono stati aperti gli occhi" sul dolore e deve aiutare fin dove può a recare agli altri la stessa liberazione di cui lui ha potuto godere.

                                     

3. Opere

Albert Schweitzer fu, oltre che medico e filosofo, un abilissimo musicista.

Lamore per lorgano, che suonò in maniera magistrale per tutta la vita, lo portò, naturalmente, ad amare Bach. Questa passione lo portò nel 1905 alla pubblicazione del suo primo libro, J. S. Bach, il musicista poeta, in cui, dopo aver descritto la storia della musica del compositore e dei suoi predecessori, analizzò le sue opere più importanti.

La sua opera teologica più importante fu, certamente, la Storia della ricerca sulla vita di Gesù 1906 in cui interpretò il Nuovo Testamento alla luce del pensiero escatologico di Cristo. Non meno importante fu, però, laltra opera teologica, pubblicata postuma nel 1967 con il titolo Il regno di Dio e la cristianità delle origini.

Ad Albert Schweitzer si devono, inoltre, i due volumi della Filosofia della civiltà 1923 e lautobiografia La mia vita e il mio pensiero 1931.

Ad Albert Schweitzer è stata intitolata una scuola romana, e la scuola primaria a Cuceglio Torino.

La figura di Albert Schweitzer è stata ripresa dal regista francese André Haguet nel suo film del 1952 Il est minuit, docteur Schweitzer e dal cantante francese Jacques Dutronc che lo cita nella sua canzone mini mini.

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